Blog: http://JeSuisPop.ilcannocchiale.it

And it's OK to eat fish, 'cause they don't have any feelings

Caro Diario,

spesso ho sentito dire che un fatto doloroso può servire a rimettere sul piatto della bilancia la propria vita, a leggerla finalmente con occhi diversi, quasi fosse un segnale dall'alto.

C'è chi deve combattere malattie tremende.

Chi deve rimettere insieme i frammenti di un cuore spezzato.

Chi deve superare la perdita di un proprio caro.

Io sono stato punto da un pesce ragno. Ognuno ha, chiaramente, l'epifania che si merita.


Ci trovavamo nella meravigliosa e incontaminata riviera romagnola. Una pigra domenica ravvivata dalla gioiosa idea di andare al mare (alle tre di pomeriggio, ndr).

Arrivati da qualche minuto nel grazioso lido, avevo deciso di interrompere la mia litania di “Che schifo, che orrore, voglio morire, Gesù, ma perché non me ne torno in Sardegna, la regione più bella dell'universo?” con un bagno ristoratore. Mal me ne incolse! Poseidone, offeso dal mio disprezzo, oggettivamente pesante, per quel tratto del suo regno, ha fatto sì che mentre mi muovevo splendido a dieci metri dalla riva, venissi colpito da un dolore acuto e persistente a un piede.

Caro diario,

hai presente cosa vuol dire sentirsi soli e incompresi nei momenti di necessità più impellente? Mentre uscivo dal mare, contratto in una maschera di dolore, E. dall'asciugamano mi scattava simpatiche foto, convinta, forse, che le mie smorfie fossero espressioni standard di gaudio e letizia (nota: ripensare dalle basi la propria mimica facciale). Mi sono sdrajato e ho iniziato a manifestare verbalmente il mio dolore, dopodiché ci siamo accorti CHE STAVO SANGUINESCION. Tutti i presupposti per una tragedia medica, ma devo dire la verità, caro diario: sia E. che J. non mi prendevano minimamente sul serio. Non che non si curassero di me, anzi; ma ogni loro gesto, anziché essere caratterizzato da affetto e preoccupazione, era intriso di scherno e sufficienza, quasi mi sapessero affetto da Sindrome di Münchhausen.

I due mi hanno curato la ferita a loro modo: buttandoci sopra dell'acqua e, senti questa, sollevandomi la gamba, forse allo scopo di farmi defluire il sangue verso il cervello, così da far cessare il mio delirio. La tragedia aveva assunto una patina comica: io volevo piangere, ma la situazione era così ridicola, stupida e imbarazzante che i miei conati di pianto si trasformavano in risate isteriche.

Ma io soffrivo, caro diario, eccome se soffrivo! Il dolore si irradiava dalla ferita alle parti contigue del piede e io, nonostante i miei due anni di danza classica, non riuscivo nemmeno ad accennare una mezza punta, segno evidente che il piede stava arrivando alla paralisi totale e avrei dovuto subire un'amputazione. Quelli sembravano vagamente poco coinvolti nella mia sofferenza, tanto che a un certo punto hanno aperto due sacchetti di patatine e, siccome mi trovavo in mezzo a loro, mi hanno poggiato i loro snack sulla pancia, dicendo: “Almeno servi a qualcosa.”

Pensavo non fosse giusto rovinare la gita dei miei amici, oltretutto durante la settimana lavoratori e non contesse-miseria come me, quindi volevo evitare di dirottare la nostra escursione verso il più vicino ospedale. Poi mi sono reso conto che:

  1. la spiaggia faceva schifo;

  2. il mare faceva schifo ed era infestato da creature demoniache;

  3. volevo morire dal dolore e dalla paura e solo coinvolgerli nella mia pena mi avrebbe fatto sentire meglio.

Quindi ci siamo recati al bar dello stabilimento balneare, dove io, diventato di colpo bambino ancora nella fase della lallazione, ho spinto i due a spiegare l'accaduto a una simpatica barista, che solo guardando la mia faccia di disperazione ha decretato colpevole il pesce-ragno e, invece che farmi trasportare al Centro Grandi Offesi da Nettuno di Saint-Tropez, mi ha somministrato una bacinella di acqua bollente salata.

Anche lì, caro diario, i due si burlavano di me perché non riuscivo a inserire il piedino nell'acqua incandescente. Fortunatamente tutta la famiglia di baristi è venuta a ristabilire l'equilibrio XY della mia persona facendo notare ai miscredenti che la settimana scorsa un “omone” di cinquant'anni era arrivato in lacrime al bar per colpa della puntura del perfido trachinide. E io, scricciolo in boxer viola delavé, che trattenevo le lacrime e scherzavo sulla mia sventura coi passanti! Il signor padre barista, però, ha deciso di farmi passare di nuovo per pavido pagliaccio quando ha detto che, essendo il calore un antidoto al veleno del pesce, incendiare la ferita sarebbe stata la soluzione migliore. Non so, caro diario, sarà che non mi vedo molto flambé ultimamente, ma chissà perché ho lasciato correre la proposta...


Ora che il pericolo è passato, non ho ancora ben capito quale fosse lo scopo recondito di questo accadimento.

Farmi capire che la vita va vissuta a pieno e che, se avessi uno stipendio vero e sostanzioso, potrei recarmi in mari ben più limpidi e sicuri? (NB: i baristi, simpaticissimi, per carità, si vantavano del fatto che i pesci ragni si dice siano soliti infestare i mari puliti, motivo per cui la loro palude adriatica era stata insignita della Bandiera Blu. Inutile dire che stavo per prorompere in un commento, un suggerimento sul dove infilare la bandiera, che avrebbe interrotto l'idillio in un secondo.)

Farmi capire che devo indossare i sandali e nascondere questi piedi che mi ritrovo (ovviamente rovinati dalle massacranti ore di danza classica a cui mi sottopongo)?

O forse, più concretamente, farmi capire che ogni insulsa disgrazia, ogni avvenimento risibile e insensato che si scontra con la mia esistenza non ha altro senso che  non sia il puro e semplice scopo di essere cantato in guisa di gesta di adorabile cretino?


Pubblicato il 28/6/2010 alle 1.36 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web